Venerdì 13 Luglio 2012

ENRICO RAVA Quartet

  • ENRICO RAVA – tromba
  • GIOVANNI GUIDI – pianoforte
  • GABRIELE EVANGELISTA – contrabbasso
  • FABRIZIO SFERRA – batteria

Sant’Elpidio a Mare – FM

ore 21.30 – P.zza Matteotti

INGRESSO € 20

 

PROMOZIONE CULTURA GIOVANI

Biglietto a 10 euro non in prevendita, ai giovani fino a 26 anni di età

 

Il più importante trombettista d’Italia è figlio di una generazione antica di jazzisti: grazie alla sua permanenza newyorchese, Enrico Rava ha assorbito le istanze di quegli anni storici che vedevano nel processo di aggiornamento degli strumenti le probabilità di un futuro sviluppo per il free jazz: il suo primo album “Il giro del giorno in 80 mondi” nasce dalle esperienze che Enrico ha fatto in due importanti aggregazioni musicali: The forrest and the zoo” di Steve Lacy del 1966 in cui la sua tromba ha pochi agganci all’impostazione di Davis, essendo rivolta ad una piena sperimentazione di suoni, e “Escalator over the hill” di Carla Bley del 1971; una delle modalità con cui il free si stava sviluppando era anche quella basata sui ritmi e sulle dinamiche; Rava, quindi, incorporò uno stile che, in maniera duttile, poteva passare dal Davis (specie quello elettrico e fusion, così come avviene in “Il giro del giorno in 80 mondi”) alla ballad piena d’anima alla Chet Baker. Ne derivava un sound moderno, sempre “free” nello spirito, ma molto più edulcorato, che gli valse il passaggio alla ECM Records: con una tromba che suona “in presa diretta” Rava tira fuori assoli straordinari, con veloci evoluzioni di scala che perfettamente si inseriscono nel contesto ritmico, ma è anche “cool” all’occorrenza; “The pilgrim and the stars” e “The plot” con Abercrombie alla chitarra, sono i due albums che si impongono nella scena jazzistica europea degli anni settanta. Con il quartetto di all-stars come Ruswell Rudd (trombone), Aldo Romano (batteria) e J.F. Jenny-Clark, Rava recupera il free più serrato e squillante degli esordi, andando vicino alle esperienze fatte con Lacy e la New York del primo free. Purtroppo, dopo quell’episodio l’artista si getterà a capofitto nell’attività di promozione live diventando un’immagine icona della scena jazzistica italiana ma al tempo stesso lasciando l’Ecm per la Soul Note con una serie di albums validi che gli prendono la mano sul versante della compenetrazione: Enrico diventa un musicista che guarda troppo le vicende altrui e pensa poco a ridar lustro al suo talento: le prerogative di questo lunghissimo periodo di jazz “atmosferico” ma annebbiato, che comprende anche operazioni discutibili legate al mondo dell’opera italiana, e che va dal 1978 fino al 2000, viene finalmente messo in discussione con “Rava plays Rava” che grazie anche agli stimoli e all’apporto bizzarro del pianista Bollani, rimette in centralità Enrico, che trova nella composizione un conforto ancor maggiore che nel solismo. E’ il primo passo utile per far rientrare in Ecm il trombettista, che nel frattempo ha acquisito un lirismo alla tromba ancora più pronunciato e aderente alle nuove mode. Nuovi brani, poche ripetizioni e tono pensoso in “Easy living” che contiene Algir Dalbughi, il biglietto d’ingresso del nuovo Rava alla ricerca di un equilibrio musicale condiviso da presente e passato, ma lo stesso dicasi per i successivi “Tati”, “The words and the days” e i duetti in “The third man” con Bollani, raggiungendo vertici espressivi in molti momenti nel ricordo nostalgico dei “New York days” che risulta ancor più ben costruito grazie al ricamo percussivo di Paul Motian e al sax “round midnight-oriented” di Mark Turner. Qui Rava massimizza le caratteristiche del nuovo percorso musicale intrapreso negli ultimi dieci anni, trovando anche un valido dialogo espressivo con i partecipanti. “Tribe”, un quintetto tutto italiano, è il primo episodio in cui Bollani viene estromesso per dar posto al giovane pianista Giovanni Guidi, (da tempo suo partner nei concerti promozionali in Italia), che mostra un’impronta più esplicitamente romantico/impressionista, e dimostra che Rava ha sviluppato una rara capacità intuitiva nel saper cogliere nelle dinamiche degli strumenti quell’emotività che rispetta anche un dettato “tecnico”, superando attraverso l’improvvisazione quel diffuso difetto che è la ripetizione di temi melodici già incisi.

 

Le foto del Concerto


 
 

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