Lunedì 5 Agosto 2013, ore 21.30

STANLEY JORDAN solo concert – Chitarra e Pianoforte


SANT’ELPIDIO A MARE, Piazza Matteotti (centro Storico)
In caso di maltempo: Teatro L. Cicconi, Corso Baccio
ingresso 15€


Fotogallery della serata



 

In una carriera che ha preso il volo nel 1985 con un immediato successo di pubblico e di critica, il virtuoso chitarrista Stanley Jordan ha sempre mostrato una personalità camaleontica, anticonformista e fantasiosa. Che si tratti di audaci reinvenzioni di capolavori del soul o esplorazioni dell’universo pop-rock, così come di eclettiche sperimentazioni solistiche, Jordan riesce sempre a lasciare la sua indelebile impronta su ogni sua interpretazione.
Ma non è da meno la scelta coraggiosa dei brani che spaziano da rivisitazioni di Bela Bartok fino al pop di Katy Perry, passando per un inebriante blues originale e classici del jazz. Jordan suona anche il piano su un paio di canzoni, rivisitando il suo primo strumento con nuova fiducia e meraviglia.
Il chitarrista americano è tra le figure più importanti ed originali della storia di questo strumento. Egli rinnova e porta a massimi livelli una tecnica marginale, il “Touch” o “Tapping” che gli permette un uso pianistico della chitarra.
Jordan non usa il plettro e non “pizzica”, ma ora “percuote” ora “tira” le corde fino a creare un sound in cui le linee melodiche, i contrappunti e le linee di basso s’incrociano, danzano, come se fossero una, due, tre chitarre che suonano insieme.
Jordan è stato attratto da molti stili musicali, dal pop al jazz, alla musica classica, al blues, il mercato lo ha posizionato soprattutto nel mondo del jazz, ma cosa possiamo dire di un artista in grado di mettere insieme, con grande intelligenza e musicalità, blues e barocco italiano nella stessa frase? Dove posizionare un artista che nei suoi concerti è in grado di portare una linea di walking bass e accordi jazzistici con una mano, su una
chitarra, mentre con l’altra, su un’altra chitarra, suona un tema rock con distorsione e feedback? Perché è il concerto live dove Jordan dà prova di essere capace di catturare il pubblico da solo per oltre 2 ore di concerto e non con prove da circo fini a se stesse, come sarebbe possibile pensare per chi legge anzi, ogni cosa è finalizzata alla musica. Jordan è artista i cui album hanno venduto centinaia di migliaia di copie: Magic Touch (1985) ad esempio, fu uno straordinario successo (1° nelle classifiche jazz per 51 settimane, due Grammy Nominations, Disco d’Oro in U.S.A e Giappone). È stato artista Elektra e Blue Note (Cornucopia/1990, Stolen Moments/1991, Best of/1998, Live in NewYork/1999)eAristaRecords(Bolero/1994). La sua cover di “The Lady in my Life” di Michael Jackson, è ormai uno “standard” del Contemporary Jazz.
“magic” di Jordan lo si dice fin dall’85 quando, allora venticinquenne, ha pubblicato, addirittura per la Blue Note, il disco Magic Touch presentandosi all’attenzione internazionale con una tecnica nuova per suonare la chitarra. Fino ad allora si parlava di tapping, o per i più virtuosi di double-tapping: ma di lì a poco fu inventato il termine two-handed tapping, intendendo con questo il tapping fatto non più con due dita, bensì con otto.

Il chitarrista americano, ha quindi sviluppato una tecnica che lo rende unico al mondo ed ha tutti i titoli per occupare un posto d’onore nel gotha dei musicisti viventi. Ai suoi spettacoli non si va solamente per ascoltare, ma anche per guardare: intanto fa vibrare le corde con entrambe le mani. Poi la vibrazione non parte solamente dalla cassa armonica, ma da una qualunque posizione sul manico. Le mani sono assolutamente indipendenti e sembrano seguire strade ormai completamente spianate: si inseguono lungo tutto il manico, si superano, si incontrano e le note prodotte prendono forma, anche nelle rughe di espressione di Jordan. E talvolta le accompagna pure con dei movimenti garbati ed armonici del corpo. Il palco è occupato solamente da Stanley e dalla sua chitarra, o meglio sarebbe dire dalle sue chitarre, dato che la particolare tecnica porta a pensare che di strumenti non ce n’è solamente uno, ma almeno una coppia, e per di più, suonati da persone diverse. Anche chi conosce perfettamente le sue composizioni fa fatica a riconoscerle. Esse sono solo il frutto dell’estro creativo di un momento fissato sui nastri dai registratori nelle sale d’incisione e solo quando, talvolta anche dopo parecchi minuti dall’inizio dell’esecuzione, viene fuori il ritornello scatta l’applauso del pubblico attento. Stanley Jordan è davvero bravo a tenere in sospeso il suo pubblico ed in alcuni momenti si arriva perfino al parossismo, per cui l’applauso non serve solamente a manifestare l’assenso dello spettatore, ma acquisisce una funzione liberatoria, quasi catartica. In più, tanto per fugare ogni poco probabile dubbio sulle sue capacità tecniche, suona il pianoforte contemporaneamente alla chitarra, con un’alternanza delle mani da lasciare i presenti di stucco. Quasi due ore di spettacolo non bastano di certo a saziare ogni aspettativa del pubblico che rimarrebbe per ore ad ascoltare e vedere i mirabolanti virtuosismi del chitarrista. Sul grado di soddisfazione però, basta vedere gli standing ovation finali, con applausi per più di cinque minuti e l’interminabile fila per acquistare i cd con l’autografo del genio Jordan.


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